di Ennio Bassi
L’affluenza al referendum costituzionale sulla giustizia si attesta al 46,07% alle 23. Senza quorum, sarà proprio il livello di partecipazione a pesare sull’esito finale. Emilia-Romagna in testa, Sicilia fanalino di coda
È la partecipazione il vero ago della bilancia nel referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. In assenza di quorum, il numero di cittadini che si recano alle urne assume un ruolo determinante per l’affermazione del Sì o del No.
Alle ore 23 di domenica 22 marzo, l’affluenza si è attestata al 46,07%, un dato superiore rispetto al 39,37% registrato nello stesso orario durante il referendum del 2020 sul taglio dei parlamentari. Un segnale che indica un coinvolgimento più ampio dell’elettorato, seppur con differenze significative tra le diverse aree del Paese.
A guidare la classifica regionale è l’Emilia-Romagna con il 53,69%, seguita da Toscana (52,49%) e Lombardia (51,83%). Sul versante opposto, la partecipazione più bassa si registra in Sicilia, ferma al 34,94%, seguita da Calabria (35,70%) e Campania (37,78%). Valori intermedi si osservano in regioni come Lazio (48,23%), Piemonte (48,94%) e Veneto (50,25%).
Il quesito referendario riguarda punti centrali della riforma promossa dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, tra cui la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la divisione del Consiglio superiore della magistratura e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare.
Le urne restano aperte fino alle ore 15: potranno votare anche gli elettori già presenti in coda al momento della chiusura. Per accedere al seggio è necessario presentare un documento d’identità valido e la tessera elettorale.
Complessivamente, sono chiamati al voto oltre 51 milioni di cittadini, includendo circa 5,5 milioni di italiani residenti all’estero, che votano per corrispondenza. Il sistema prevede la raccolta e lo smistamento delle schede attraverso le sedi diplomatiche e le corti d’appello designate.
Non sono mancati problemi organizzativi: diversi comuni hanno segnalato numerose rinunce tra scrutatori e presidenti di seggio. A Roma si è reso necessario sostituire circa il 20% del personale, mentre a Firenze si è registrata una carenza particolarmente significativa.
Per i fuorisede, impossibilitati a votare lontano dal comune di residenza, alcune soluzioni alternative hanno trovato spazio, come la candidatura a presidente di seggio o a rappresentante di lista, permettendo così di esercitare comunque il diritto di voto.
Nel frattempo, il ministero dell’Interno ha diffuso indicazioni operative per evitare casi di doppio voto, prevedendo controlli e scambi di informazioni tra i seggi. Le sanzioni per eventuali irregolarità possono arrivare fino a due anni di reclusione.
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